Le enigmatiche esperienze di quasi-morte: potrebbe la morte essere solo un’illusione?

Le enigmatiche esperienze di quasi-morte: potrebbe la morte essere solo un’illusione?

25 Ottobre 2013 Off Di tony

 

Le enigmatiche esperienze di quasi-morte:

potrebbe la morte essere solo un’illusione?

 

Perchè viviamo? E ancor di più, perchè moriamo? Ogni essere umano, di ogni tempo e di ogni luogo, percepisce la morte come l’ultimo predatore a cui far fronte, l’inesorabile varco che attende ogni uomo di qualsiasi condizione sociale, qualsiasi latitudine e di qualsiasi credo filosofico o religioso. E ognuno di noi, nella parte più recondita del proprio essere, si chiede se la morte è l’esperienza definitiva con la quale veniamo consegnati al nulla assoluto, oppure se si tratti solo di un passaggio verso una nuova condizione esistenziale.
La definizione del termine definisce Le esperienze ai confini della morte, anche note come NDE (acronimo per l’espressione inglese Near Death Experience, a volte tradotto in italiano come esperienza di pre-morte) come esperienze vissute e descritte da soggetti che, a causa di malattie terminali o eventi traumatici, hanno sperimentato fisicamente la condizione di coma, arresto cardiocircolatorio e/o encefalogramma piatto, senza tuttavia giungere fino alla morte.

 

Tutte le culture umane che si sono succedute nella storia, fin dalla loro comparsa, hanno considerato la morte come il passaggio verso un’oltrevita.

Le culture preistoriche la pensavano come un ricongiungimento con i propri antenati.

Le culture antiche più evolute, come quella sumera, egizie e greca, credevano che la morte fosse l’inizio di un viaggio che portasse il defunto in un luogo fisico, nel quale cominciare il nuovo stato di vita.

Bisognerà attendere le religioni orientali, come l’induismo e il buddismo per assistere ad una concezione più spirituale della vita oltre la morte, fino a quando il cristianesimo parlerà addirittura di “risurrezione dei corpi”.

Forse l’unica cultura ad aver smarrito la domanda fondamentale sulla morte, e quindi sulla vita, è proprio quella contemporanea. Intriso di materialismo scettico, generato da una parziale interpretazione della rivoluzione scientifica e dell’illuminismo, l’uomo del nostro tempo non pensa più alla morte, e se ci pensa, tende a considerarla come il definitivo disfacimento dell’esperienza esistenziale.

Con la perdita del significato della morte, paradossalmente assistiamo ad una perdita del senso della vita. Eppure, potrebbe essere proprio la scienza a gettare nuova luce sul mistero della morte, a partite dai più recenti studi sulle esperienze di premorte e della fisica quantistica.

La “quasi-morte”

L’esperienza di premorte è uno degli eventi più enigmatici che possa capitare nella vita di una persona. I pazienti che hanno vissuto questa esperienza la descrivono come una sensazione di pace e l’inizio di un viaggio verso una fonte di luce intensa, spesso accompagnata dall’incontro con alcuni familiari defunti che raccomandano alla persona il ritorno alla vita terrena, per completare il proprio ciclo esistenziale.

Incuriositi da questi racconti, diversi scienziati hanno cominciato a compiere delle ricerche sul fenomeno, cercando di capire quale possa esserne l’origine. Ciò che più stupisce è la somiglianza delle visioni raccontante dai pazienti in stato di premorte: a prescindere dall’età, dalla provenienza e dalla culture, tutti raccontano grosso modo la stessa visione.

Tra gli studi più interessanti sull’argomento ci sono quelli cella dottoressa Laura Wittman, ricercatrice presso l’Università di Stanford, la quale ha analizzato tutta la letteratura prodotta a partire dal 1880 sulle esperienze di premorte, fino a giungere alle sceneggiature di film contemporanei come Brainstorm (1983) e Linea Mortale (1990), e alle opere di fantascienza di Bernard Werber, come Les Thanatonautes (1994) e Passage (2001) di Connie Willis.

Comparando i dati ottenuti dalla letteratura con quelli della scienza, la Wittman ha individuato una sostanziale somiglianza con i racconti di quasi-morte dei romanzi con quelli descritti dai pazienti. La ricercatrice ne ha tratto alcune conclusioni:

“La codificazione letteraria di tali esperienze, ci permette di guardare i racconti di quasi-morte nel contesto dell’evoluzione della ricerca scientifica su questo argomento”, spiega la Wittman. “Nel corso dei decenni, le narrazioni di quasi-morte sono state inserite in decine di romanzi e film, quasi a voler combattere la crescente invisibilità della morte nella nostra cultura, dove la morte è diventata un affare essenzialmente privato, spesso consumato in una terribile solitudine”.

Laura Wittman, laureata in lingua italiana e francese e titolare della cattedra in Studi Italiani, prima di dedicarsi all’esperienza di quasi-morte, si è dedicata allo studio della storia biblica della risurrezione di Lazzaro trattata da alcuni autori del 19° e 20° secolo.

Nel racconto biblico, Lazzaro è un uomo che tramite l’intervento di Gesù ritorna in vita, senza dire una parola su quanto vissuto. Wittman ha scoperto che il silenzio di Lazzaro ha affascinato e perplesso numerosi scrittori europei.

Nelle opere letterarie di D.H. Lawrence, Luigi Pirandello, Graham Greene, Andrè Malraux e Eugene O’Neil, gli autori hanno riesaminato la vicenda di Lazzaro, facendone diventare l’emblema degli studi sulle esperienze di pre-morte.

“Lazzaro esprime in modo univoco le ansie moderne sulla morte e il morire. Si avverte il desiderio di dare un senso alla morte, facendola diventare un viaggio di trasformazione piuttosto che un minaccioso varco verso il nulla”, continua la Wittman.

Approfondendo la questione, la ricercatrice si è accorta che l’interesse letterario per la storia di Lazzaro è coincisa con una crescita dell’interesse scientifico in materia, quando alla fine del 1880 i medici hanno cominciato a raccogliere le testimonianze di visioni e di viaggi dai loro pazienti. “Circa un secolo dopo, i neuroscienziati hanno cominciato a interessarsi al fenomeno, aprendogli una finestra sul funzionamento del cervello”.

Proprio sul nostro blog, qualche tempo fa, abbiamo parlato dell’esperienza vissuta dal dottor Eben Alexander, un neurochirurgo di Harvard ricoverato nel 2008 per un attacco di meningite:

Entrato in stato vegetativo, al suo risveglio ricordava di un viaggio in una “dimensione più alta”. Quella di Alexander è un’esperienza che ha modificato profondamente una radicata visione scientifica della coscienza umana. “Come neurochirurgo, non credevo alle Nde (Near Death Experience)”, dichiarò lo scienziato su Newsweek, “avendo sempre preferito le ipotesi scientifiche”.

Il dottore specificò anche di non avere credenze religiose e di non credere nella vita eterna. Ma poi ha sperimentato “qualcosa di così profondo”, da fargli riconsiderare le esperienze NDE in chiave scientifica.

“La convergenza tra racconti letterari, sociologia e ricerca scientifica, in realtà ci dimostra ancora una volta che le supposte barriere tra discipline umanistiche e scientifiche sono determinate più dalla paura che dalla mancanza di interesse nei reciproci campi”, continua la Wittman.

La ricercatrice spera che il suo lavoro possa promuovere una maggiore collaborazione tra discipline umanistiche e medicina, in particolare per quanto riguarda la cura dei malati terminali, mettendo in campo una partnership naturale dei due campi.

“Penso che scienziati e umanisti siano interessati agli stessi problemi: perchè il mondo è così come lo vediamo, qual’è la nostra relazione interpersonale e con il pianeta, che cosa è la vita e se c’è un’anima”, conclude la ricercatrice.

 

Il contributo di Pim van Lommel

 

Da un punto di vista strettamente scientifico, il contributo a tutt’oggi più approfondito è probabilmente quello di Pim van Lommel, un cardiologo olandese che insieme ad altri colleghi nel 2001 pubblicò sulla prestigiosa rivista medica “The Lancet” i risultati di uno studio condotto per oltre 10 anni su 344 pazienti.

Lo studio, condotto con metodi scientifici e statistici, aveva come obiettivo la verifica dell’esistenza o meno delle NDE. Più specificamente, lo scopo era quello di verificare se ciò che i reduci da una NDE definivano stato di coscienza e memoria fosse stato un fenomeno dell’attività cerebrale o se fosse stato un fenomeno indipendente da questa.

Dopo una lunga analisi sui metodi adottati, sui pazienti, sulle medicine usate negli interventi e una particolare attenzione alle condizioni di encefalogramma attestate nei vari casi, van Lommel e colleghi conclusero che i fenomeni riscontrati potevano essere spiegati unicamente assumendo che quanto i soggetti ad una NDE definivano “esperienza cosciente” non sia stato un semplice epifenomeno dell’attività cerebrale.

Data la prestigiosa natura della rivista nella quale lo studio fu pubblicato, ben presto lo studio fu attaccato dai sostenitori della natura puramente materialistica dello stato di coscienza come legato esclusivamente all’attività cerebrale.

 

L’attacco più conosciuto venne dalle colonne di Scientific American, firmato da Michael Shermer, al quale van Lommel indirizzò una precisa replica ove, sottolineando il rigore scientifico della ricerca svolta, evidenziava l’impossibilità di giungere a conclusioni diverse da quelle pubblicate dal proprio team di ricerca. 

 

Il contributo di Sam Parnia ed il progetto “AWARE”

 

Nel 2008 il dott. Sam Parnia, professore assistente di terapia intensiva all’Università Statale Stony Brook di New York, in collaborazione con il dott. Peter Fenwick ed i professori Stephen Holgate e Robert Peveler dell’Università inglese di Southampton, è alla guida del programma AWARE (“AWAreness during REsuscitation” ovvero “Consapevolezza durante la rianimazione”), la ricerca sulle NDE più estesa mai condotta che coinvolge ormai ben 25 ospedali tra Regno Unito, Europa centrale, Stati Uniti, Brasile e India.

Durante lo studio AWARE, i medici utilizzano una tecnologia sofisticata per lo studio del cervello e della coscienza durante l’arresto cardiaco.

Allo stesso tempo in questa ricerca i medici che vi partecipano hanno in programma di testare la validità delle eventuali esperienze extracorporee e di ciò che i pazienti “vedono” o “sentono” durante l’arresto cardiaco.

In particolare, come viene descritto nel programma di ricerca la verifica dei ricordi relativi agli eventi di rianimazione o “percezione reale” comprende l’uso di oggetti nascosti che non sono normalmente visibili dal paziente, come immagini poste su supporti appesi al soffitto in un reparto ospedaliero, in modo che siano rivolte verso il soffitto.

Questi oggetti forniranno un marcatore indipendente obiettivo del “vedere” durante l’arresto cardiaco, perché saranno visibili solo da “qualcuno” li osserva dall’alto”.